Santi Miti e Leggende

di Maurizio Frullani

Appoggio la macchina fotografica sulla spalliera della sedia e scatto. La mia prima fotografia in Eritrea” dicembre 1993

 

Così Maurizio Frullani racconta, quasi con emozione, il gesto del primo scatto fotografico realizzato a Massawa, gesto che appare semplice per la naturalezza con cui viene descritto, ma che in realtà  comporta la necessità di superare le barriere di una storia, di una cultura e di un continente diversi, senza restare imbrigliati in schemi precostituiti dal folklore o dal pregiudizio. E questo non è davvero semplice.

Massawa fa parte di un’ampia produzione di immagini che Maurizio Frullani ha realizzato in Eritrea nel corso di un lungo soggiorno dal 1993 al 2000, e quello che sfogliamo è il diario di una terra d’Africa.

Attraverso la fotografia la relazione uomo-ambiente diviene un processo di ri-lettura e di ri-composizione di un luogo e lo strumento perché questo accada è lo sguardo.

Nelle fotografie di Frullani questo accadimento è evidente e rappresenta l’elemento unificante del lavoro svolto.  Il fotografo che inquadra la scena rivolge uno sguardo attento ai personaggi, i quali a loro volta volgono lo sguardo verso di lui, esponendo generosamente la propria vita, ma, nello stesso tempo, lo volgono anche verso di noi che cerchiamo di sostenerlo, con lo sforzo di purificare la nostra stessa visione da presunzioni e supponenze occidentali.

In questo gioco di specchi, un altro sguardo si inserisce, è quello che Frullani sceglie, nel raccontare le vite e le storie di un paese in guerra, concentrandosi sulle persone all’interno dei loro ambienti. La guerra con l’Etiopia ripresa nel 1997, dopo il raggiungimento dell’indipendenza nel 1993, si materializza con segni inequivocabili al di là della porta, nelle strade, nelle case bombardate e nei terreni disseminati di mine mentre, al di qua, ne sono pieni i racconti che il fotografo ascolta con discrezione.

La guerra è presente nell’anima di queste persone che troppo a lungo hanno dovuto convivere con questa tragedia vedendo morire padri, mariti, fratelli ma anche , madri, moglie, sorelle.

E dunque ancora di più si apprezza lo stile di Frullani come espressione di un approccio

rispettoso dell’uomo, della storia, dei luoghi.

Donne, ragazze, bambini, uomini sono fotografati in piccoli e grandi gruppi e nonostante la naturalezza delle pose e dei gesti si intuisce la mano dell’autore capace di “comporre” la scena in modo tale che anche da immagini corali emerga sempre ogni singola storia, perché ad ognuno viene riconosciuta pari importanza e dignità.

Queste fotografie si esprimono attraverso una staticità che sospende il tempo, come se si fosse fermato per una rappresentazione che non ammette interferenze; persone e luoghi sono lì a raccontarci la storia di una terra e le sue contraddizioni, ma anche a rappresentare la dignità di una popolazione che noi occidentali ci ostiniamo a chiamare “terzo mondo

Leggiamo ancora dalla nota dell’autore “Questa è Massawa: o si ama o si odia”.

Maurizio Frullani l’ha sicuramente amata.

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